13 novembre 2008

Il Paese è in pieno delirio. I nostri dipendenti in Parlamento sono dentro un manicomio. Tra di loro si capiscono, ma non sanno più cos’è la realtà. La confondono con i loro interessi privati o di partito. Il futuro sono le centrali nucleari, gli inceneritori, i parcheggi, i ponti sugli stretti, il tunnel in Val di Susa, il digitale terrestre e la magistratura al guinzaglio. Sono deliri alla veltrusconi. Le chiamano posizioni dialoganti. Dipendiamo dall’estero per l’energia e non sfruttiamo le rinnovabili. Dipendiamo dall’estero per i beni alimentari e asfaltiamo i campi di grano.

Abbiamo uno dei più grandi debiti pubblici del mondo e regaliamo cinque miliardi di euro alla Libia. L’Egitto importa dall’Ucraina il pane e noi Chernobyl. La Russia minaccia ritorsioni nucleari per la Georgia e le basi atomiche americane con 90 testate nucleari le abbiamo noi, a Ghedi Torre e ad Aviano.

I pazzi non sanno di esserlo e credono che i veri pazzi siano i sani di mente. Non abbiamo alternative alla democrazia fai da te, all’autogoverno, al presidio del territorio, alla partecipazione a ogni decisione che riguarda la collettività. Fuori dal delirio, dentro la realtà.

Beppe Grillo

Marco Travaglio scrive:


Quando nasce un nuovo giornale, specialmente in Italia, dovrebbe essere una festa per tutti. Quando poi questo giornale è diretto da un grande del giornalismo controcorrente, cioè del giornalismo e basta come Massimo Fini, la festa è almeno doppia. I furbetti (come il Mentana di ieri sera) che ripetono a pappagallo che l’Italia è il paese più libero del mondo dovrebbero rispondere, se ci riescono, a questa semplicissima domanda: perché Massimo Fini, da anni e anni, è confinato in piccoli giornali marginali, anziché scrivere - come meriterebbe per il pubblico che ha e per le cose che sa - sulla grande stampa? Perché, che comandi la destra o la sinistra, in televisione non c’è mai posto per lui?

Massimo, non essendo un piagnone, non è il tipo da lamentarsi. A costo di scrivere sui muri, ha sempre trovato il modo di combattere le sue battaglie solitarie. Ha aperto un blog, a costo di violentare la sua antimodernità (ma non ha ancora un telefonino). Ha fatto teatro (con “Cyrano”). E ora ha fondato un piccolo giornale di battaglia, “La Voce del Ribelle”, 64 pagine. Non è ancora il quotidiano libero che molti sognano. Ma è un giornale libero, che nessuno è tenuto a condividere (di me, per esempio, nel primo numero si parla molto criticamente), ma che fa bene alla salute mentale di chi non ha ancora portato il cervello all’ammasso. Chi ha la sensazione che i quotidiani italiani tendano sempre più a essere tutti uguali (il che forse spiega il crollo delle vendite di quasi tutti in edicola), troverà nella Voce del Ribelle qualcosa di radicalmente diverso, alternativo. Sia per la scelta degli argomenti, sia soprattutto per il punto di vista dal quale li si guarda. E’ il punto di vista spiazzante (“talebano”, direbbe Fini) che chi ha letto “Sudditi”, “Il vizio oscuro dell’Occidente”, “Il denaro sterco del demonio”, “La ragione aveva torto”, “Il Conformista” e altre sue opere ben conosce.

E’ un giornale povero e autofinanziato, non può permettersi la distribuzione in edicola e dunque si trova in alcune selezionate librerie, oppure è disponibile in abbonamento. Basta sintonizzarsi sul sito www.ilribelle.com (dove è presente anche un archivio storico di tutti gli articoli scritti da Fini negli ultimi 30 anni) o telefonare allo 06/97274699. Chi si abbona riceve la rivista e sostiene una voce diversa. Io l’ho fatto.

5 novembre 2008



GOMA – All’imbrunire, intorno alle 6 di sera, Goma, capitale del Nord Kivu, nel Congo orientale, diventa spettrale. Le strade si svuotano completamente. Non c’è un lampione a rischiararle e le sole luci vengono dai cinque o sei fetenti alberghi dove si rintanano i visitatori, giornalisti, funzionari delle Nazioni Unite e qualche businessman piombato qui come un avvoltoio a vendere probabilmente una partita d’armi. La città è devastata: in centro negozi con le porte di ferro letteralmente sventrate e gli interni devastati. Colpiti – come sarebbe immaginabile - non i negozi di generi alimentari, ma soprattutto quelli che vendono telefonini, gadget elettronici, biciclette e motorini. Segno che i soldati sbandati che hanno razziato la città, non erano poveracci affamati in cerca di cibo, ma rapinatori che hanno approfittato della mancanza di autorità per colpire. Ora l’abitato è stata ripreso in mano dai governativi ma resta circondato dalle truppe del generale ribelle Laurent Nkunda Batware.

Nonostante la tregua unilaterale dichiarata da Nkunda, ottanta chilometri più a nord, a Rutchru, ieri sono ripresi violenti i combattimenti. «Questo vuol dire altri sfollati in arrivo che si aggiungeranno ai 200 mila scappati negli ultimi giorni e ai due milioni che vagano da oltre dieci anni», protesta il doganiere che ieri ci ha accolto al posto di frontiera con il Ruanda a poche centinaia di metri dal centro di Goma. Gli uomini di Nkunda sono stati attaccati dalle milizie tribali filogovernative mai-mai. I loro guerrieri vengono addestrati tra un misto di magia nera, misticismo africano e fanatismo religioso. Prima di andare in battaglia si preparano con riti propiziatori; si spalmano il corpo con un unguento sacro che – secondo i loro capi – li rende immortali. Così le pallottole una volta che toccano il loro corpo si trasformeranno in acqua. Mai-mai significa acqua, appunto.

A subire le più gravi conseguenza della catastrofe umanitaria sono, come sempre, le donne e i bambini. La prime violentate, i secondi abbandonati e spesso recrutati con la forza dai belligeranti. “Ieri abbiamo rintracciato ben 37 ragazzini fuggiti da casa per entrare nelle file dei mai-mai – racconta Jaya Murthy che lavora all’Unicef, il fondo delle Nazioni Unite per l’infanzia - . O forse non erano fuggiti, ma semplicemente separati dalle famiglia e sono caduti facilmente nelle grinfie delle milizie che gli lavano il cervello. Hanno tra gli otto e i dodici anni. Alcuni di loro erano già stati salvati in precedenza e sottratti alla guerra”. “Nell’ultima settimana – continua Murthy – più di centomila persone, e di queste 60 per cento bambini. hanno abbandonato le loro case. Si sono aggiunti ai 250 mila scappati negli ultimi due mesi. Vagano per il nord Kivu senza acqua potabile e senza cure mediche. E’ difficile localizzarli. Non sappiamo neppure dove siano. Sappiamo però che la loro condizione è disperata. Ci sono centinaia di bambini intrappolati. Separati dalle famiglie vagano senza meta ma soprattutto senza cibo e bevono l’acqua che trovano, sporca o inquinata. C’è il rischio che non facciano in tempo a imparare a sopravvivere in queste condizioni”. Le malattie sono in agguato le organizzazioni umanitarie temono che possa scoppiare da un momento all’altro un epidemia di morbillo, di colera o di malaria, patologie che anche senza l’emergenza falciano ogni hanno la vita di decine di migliaia di piccoli. “Ma temiamo un’altra cosa – conclude Murthy -. I bambini sfollati senza famiglia, affamati e disperati possono essere facilmente sfruttati, violentati o reclutati da gruppi armati. Quello che sta accadendo”.

In Congo l’anno scolastico era appena cominciato e in Kivu è stato bruscamente interrotto, esattamente come l’ottobre dell’anno scorso. Giulia Pigliucci, del Vis (Volontariato per lo Sviluppo), incalza: “Qui c’è una generazione di bambini che non hanno più sentimenti. Sono i figli del genocidio del 1994. A 14 anni molti di loro sono stati costretti ad andare in guerra. Come cresceranno? Se questi ragazzi avranno dei figli saranno capaci di dargli un cuore”. Giulia conferma anche il pericolo di epidemie. “Nel nostro centro sono stipati un migliaio di profughi e tra i ragazzini abbiamo una dozzina di casi di presunto colera”. Clio Van Cauter, che segue l’ufficio stampa di Medici Senza Frontiere a Goma, ammonisce: “E’ imperativo garantire la sicurezza della popolazione altrimenti continuerà a scappare e noi a cercarla. Occorre cibo, acqua pulita, medicinali, coperte, tende”. Poi continua: “Abbiamo potuto contare 69 casi di colera attorno a Goma e 20 a Kitchanga Vicino Rutshuru abbiamo registrato ogni giorno dai 5 ai 10 casi”. Sul piano militare sembra che la Monuc (la missione delle Nazioni Unite in Congo forte di 17 mila uomini di cui 6000 in Nord Kivu, la regione di Goma) non abbia ancora nessuna intenzione di intervenire. In un comunicato uno dei suoi comandanti, Alain Le Roy, in visita a Goma, ieri ha specificato che il mandato dei caschi blu e di proteggere i civili e sostenere la politica dell’esercito per disarmare le forze ribelli. “Non è nostro compito – ha concluso – difendere le città”. Una dichiarazione che ha lasciato sorpresi. “Come si difendono gli abitanti di una città se non si difende la città?”, si è chiesto sconsolato il doganiere che ha chiuso i suoi uffici dopo aver fatto passare i giornalisti, ultimi viandanti (la frontiera si passa a piedi) diretti a Goma”.

2 novembre 2008

Il cittadino informato è un cittadino incazzato
il cittadino informato e disoccupato può diventare
un terrorista della libertà!!!

30 ottobre 2008

l'Unità, 30 ottobre 2008 - Marco Travaglio



Il no del Cainano alla preferenza per le europee ha motivazioni alte e nobili: “Voglio che in Europa vada gente altamente qualificata e, nelle commissioni, professionisti di ogni materia. Solo scegliendo noi chi va in lista, siamo sicuri di una rappresentanza che difenda i nostri interessi”. A parte qualche imprecisione nell’uso dei pronomi (“scegliendo noi” al posto di “io”) e degli aggettivi (“nostri interessi” in luogo di “miei”), resta da capire il ruolo che Al Tappone riserva, nella nostra (anzi sua) democrazia, all’elettore. Se vuole avere a Bruxelles “gente qualificata”, basta candidare gente qualificata, poi i cittadini scelgono i migliori. Invece l’ami du peuple, quello che “il popolo sovrano”, “la gente è con noi”, “abbiamo preso i voti”, “siamo al 70%”, considera gli elettori un branco di decerebrati da tener lontani dalle decisioni, sennò votano gente sbagliata. Solo lui sceglie i “professionisti”. Infatti vuole la Carfagna, nota professionista, portavoce del governo. Ma è all’Europa che riserva i pezzi più pregiati della collezione. Commissario ai Trasporti: Antonio Tajani, un ex giornalista che di trasporti s’intende perché guida l’auto e prende l’aereo. Ex commissario alla Libertà e Giustizia: Rocco Buttiglione, purtroppo rimpatriato non appena aprì bocca. Anche le eurodeputate più qualificate le ha scelte lui: Iva Zanicchi ed Elisabetta Gardini. Dovreste vederle, nell’apposita commissione “Ok il prezzo è giusto”. Due così gli elettori non le avrebbero mai scelte. Meno male che c’è lui.

29 ottobre 2008

da L'Unità - Marco Travaglio

Zorro
l'Unità, 28 ottobre 2008

La piazza di Aulla, in Lunigiana, era dedicata ad Antonio Gramsci. Poi arrivò il sindaco Lucio Barani, socialista di andata e di ritorno, e pensò bene di farne un condominio: metà a Gramsci, metà a Bettino Craxi. Uno morto in Italia dopo anni di carcere per le sue idee, l’altro morto latitante in Tunisia per non finire in carcere per le sue ruberie. Nella piazza spuntarono due statue: una per commemorare degnamente l’illustre pregiudicato, una per ricordare le “vittime di Tangentopoli” (non gli italiani derubati, ma i politici ladri). Aulla venne pure dichiarata “comune dedipietrizzato”. Poi, fortunatamente, Barani finì il suo mandato e fu premiato con un seggio in Parlamento col Nuovo Psi, nelle liste di Forza Italia. Non potendo più fare il sindaco al suo paese, divenne primo cittadino in un comune limitrofo. Ora la nuova giunta di Aulla (un pateracchio Forza Italia-Udc-Pd-Sdi) ha deciso di mettere all’asta il monumento a Bettino e al suo bottino, scolpito nel marmo bianco delle cave di Carrara, un tempo usato da Michelangelo. Non per spirito polemico, anzi: “Continuo ad ammirare Craxi come statista e come politico”, assicura il sindaco reggente, l’Udc Roberto Simoncini, fra le proteste di Barani e di Bobo Craxi, figlio d’arte. “Ma i bilanci sono quelli che sono ed è necessario mettere in vendita i gioielli di famiglia, cioè i due monumenti. Dobbiamo fare cassa: contiamo di ricavare dalla statua di Craxi almeno 50 mila euro”. Diavolo di un Bettino: è l’unico politico al mondo che riesce a fare cassa sia da vivo che da morto.

24 ottobre 2008

Ora d'aria
l'Unità, 23 ottobre 2008

Solo una democrazia malata poteva accogliere con un coro unanime di gridolini gaudiosi l’elezione unanime dell’avvocato Giuseppe Frigo a giudice costituzionale. Frigo, intendiamoci, è persona perbene e all’antica, come dimostrano anche i baffi a manubrio, già demodé quando li portava Umberto I. Ma che sia il candidato ideale per la Corte costituzionale, è tutto da vedere. Non perché abbia difeso questo o quello (nella sua pirotecnica carriera è riuscito a difendere il Pool di Milano nel conflitto di attribuzione alla Consulta sulla richiesta d’arresto per Craxi, poi a difendere Previti che aveva denunciato il Pool per calunnia; e, detto tra parentesi, perse entrambe le cause). Ma per un motivo più serio. La Consulta è lì per proteggere la Costituzione dalle leggi incostituzionali. La Costituzione vigente, non un’altra. Frigo, legittimamente, ne vuole un’altra. Da anni si batte per la separazione tra giudici e pm. Liberissimo di sognarlo, ma la Costituzione prevede la carriera unica.

Poniamo che il governo Berlusconi - la cui maggioranza l’ha candidato alla Consulta - presenti una legge che separa le carriere. La legge sarebbe incostituzionale, ma Frigo ha già detto che va benissimo. Presto la Consulta dovrà pronunciarsi sulla legge Alfano, dichiarata palesemente incostituzionale da 4 ex presidenti della Consulta e da centinaia di giuristi. Ma proprio l’altroieri, mentre veniva eletto, Frigo faceva sapere che “il lodo Alfano non è tra le cose più importanti di cui la Consulta dovrà occuparsi”: strano, visto che c’è un referendum in arrivo ed è in gioco l’articolo 3, cioè il principio di eguaglianza. Comunque è altamente inopportuno che il futuro giudice della legge anticipi in qualche modo il suo giudizio su una legge che dovrà giudicare.

Ma c’è un altro capitolo della sua biografia che dovrebbe vivamente sconsigliare il suo approdo alla Consulta, e invece, in questa democrazia malata, l’ha accelerato. Risale al 1998, quando l’Ulivo e il Polo decisero di mandare a monte i processi di Tangentopoli, giunti ormai a un passo dalle sentenze definitive. Come? Cambiando le regole a partita in corso. Con soli 4 voti contrari fra Camera e Senato, destra e sinistra amorevolmente abbracciate riformarono l’articolo 513 del Codice di procedura penale, stabilendo che le accuse lanciate da Tizio a Caio in fase d’indagine non valevano più contro Caio se Tizio non tornava in tribunale a confermarle. Se non ci tornava, o ci tornava e taceva o ritrattava, quel che aveva detto prima evaporava. Una norma fatta su misura per i processi di Tangentopoli, nati da dichiarazioni di imprenditori che confessavano, facevano i nomi dei politici corrotti, patteggiavano la pena e tornavano in azienda. I politici invece, più lungimiranti, confidavano nei tempi biblici della giustizia italiana e preferivano il dibattimento: dunque venivan processati anni dopo. I pm concedevano il patteggiamento a Tizio, sicuri di poter usare le sue dichiarazioni nel processo a Caio. Non sapevano che, nel bel mezzo del processo, il Parlamento le avrebbe cestinate. Cambiata la legge, i tribunali convocarono tutti i Tizi perché tornassero a ripetere le accuse ai Caii: ma visto che nessuna legge li obbliga a farlo né li punisce se non lo fanno, non tornò nessuno. Così i processi ai Caii finirono in prescrizione per il tempo perduto a rifarli da capo, o in assoluzione: non perché i Caii fossero innocenti, ma perché gli amici parlamentari avevano abolito le prove a loro carico. La storia di Tangentopoli è piena di condanne a Tizio per aver corrotto Caio e di assoluzioni a Caio dall’accusa di essersi fatto corrompere da Tizio. Roba che neanche Ionesco.

Bene, l’artefice di questo capolavoro è Frigo, all’epoca presidente delle Camere penali. Naturalmente la Consulta abolì l’obbrobrio. Frigo indisse uno sciopero contro la Consulta. Il presidente Scalfaro parlò di sciopero “eversivo” e Frigo lo insultò: “Esternazioni quasi patologiche”, manco fosse al bar. Il Parlamento riapprovò la norma incostituzionale in meno di un anno, e sotto forma di legge costituzionale, così la Consulta non potè più farci nulla: è il nuovo articolo 111, detto comicamente “giusto processo”. Un articolo incostituzionale nella Costituzione: si pensava di aver visto tutto, invece ora l’autore di quella robaccia ascende alla Corte costituzionale. Ora ci tocca pure tirare un sospiro di sollievo per lo scampato pericolo dei Pecorella e degli Spangher. Ma esultare addirittura pare francamente eccessivo.

Marco Travaglio

22 ottobre 2008

Discorso pronunciato da Piero Calamandrei al III congresso dell’Associazione a Difesa della Scuola Nazionale, a Roma l’11 febbraio 1950




L'ipotesi di Calamandrei.
"Facciamo l’ipotesi, così astrattamente, che ci sia un partito al potere, un partito dominante, il quale però formalmente vuole rispettare la Costituzione, non la vuole violare in sostanza. Non vuole fare la marcia su Roma e trasformare l’aula in alloggiamento per i manipoli; ma vuol istituire, senza parere, una larvata dittatura.
Allora, che cosa fare per impadronirsi delle scuole e per trasformare le scuole di Stato in scuole di partito? Si accorge che le scuole di Stato hanno difetto di essere imparziali. C’è una certa resistenza; in quelle scuole c’è sempre, perfino sotto il fascismo c’è stata. Allora il partito dominante segue un’altra strada (è tutta un’ipotesi teorica,intendiamoci). Comincia a trascurare le scuole pubbliche, a screditarle, ad impoverirle. Lascia che si anemizzino e comincia a favorire le scuole private. Non tutte le scuole private. Le scuole del suo partito, di quel partito. Ed allora tutte le cure cominciano ad andare a queste scuole private. Cure di denaro e di previlegi. Si comincia persino a consigliare i ragazzi ad andare a queste scuole , perché in fondo sono migliori si dice di quelle di Stato. E magari si danno dei premi,come ora vi dirò, o si propone di dare dei premi a quei cittadini che saranno disposti a mandare i loro figlioli invece che alle scuole pubbliche alle scuole private. A “quelle” scuole private. Gli esami sono più facili,si studia meno e si riesce meglio. Così la scuola privata diventa una scuola previlegiata.
Il partito dominante, non potendo trasformare apertamente le scuole di Stato in scuole di partito, manda in malora le scuole di Stato per dare prevalenza alle scuole private. Attenzione, amici, in questo convegno questo è il punto che bisogna discutere. Attenzione, questa è la ricetta. Bisogna tener d’occhio i cuochi di questa bassa cucina. L’operazione si fa in tre modi: ve l’ho già detto: rovinare le scuole di Stato. Lasciare che vadano in malora. Impoverire i loro bilanci. Ignorare i loro bisogni. Attenuare la sorveglianza e il controllo sulle scuole private. Non controllarne la serietà. Lasciare che vi insegnino insegnanti che non hanno i titoli minimi per insegnare. Lasciare che gli esami siano burlette. Dare alle scuole private denaro pubblico. Questo è il punto. Dare alle scuole private denaro pubblico."
Piero Calamandrei

Discorso pronunciato da Piero Calamandrei al III congresso dell’Associazione a Difesa della Scuola Nazionale, a Roma l’11 febbraio 1950

17 ottobre 2008

Da "Ora d'aria" - L'Unità - Marco Travaglio

16 ottobre 2008

Ma che idea hanno i nostri politici delle istituzioni? Quella che trasmettono all’esterno è un’idea malata. Il caso Pecorella è solo l’ultimo banco di prova. Pecorella, oltrechè un avvocato e un parlamentare, è un docente universitario di diritto. Insegna agli studenti che le leggi sono “provvedimenti generali e astratti”, poi corre in Parlamento a votarne una dozzina tagliate su misura del suo cliente più facoltoso. E ora si meraviglia se qualcuno obietta sulla sua incompatibilità totale, assoluta, con un’istituzione alta e nobile come la Corte costituzionale. Bene han fatto Finocchiaro e Di Pietro a ricordare che è imputato per favoreggiamento del neonazista Zorzi, suo cliente, a sua volta imputato per la strage di piazza della Loggia. Lui ha risposto che questa è “una pugnalata alle spalle”, “da Anna non me l’aspettavo”, perché dopo le dimissioni di Vaccarella dalla Consulta la Finocchiaro gli avrebbe detto: “Gaetano, ora tocca a te, non farti fottere, quel posto è tuo”.

E il processo per favoreggiamento? Davvero non proverebbe un filo di imbarazzo a levarsi la toga di giudice costituzionale per indossare di tanto in tanto la veste di imputato al Tribunale di Milano? L’unica sua risposta in merito è stata: “C’è già la prescrizione”. Ma come gli viene in mente di invocare la prescrizione? Ma uno accusato di un reato così grave - favoreggiamento di un presunto stragista mediante la corruzione di un testimone - dovrebbe gridarela sua innocenza, denunciare per calunnia chi lo accusa, annunciare che rinuncia alla prescrizione per essere processato e assolto nel merito. E intanto ritirarsi dalla corsa, salvo riproporsi se e quando sarà davvero assolto con formula piena. Invece niente di tutto questo. Ma che idea ha della Costituzione e della Corte che deve difenderla l’on. avv. prof. imp. Pecorella? E che idea ne hanno i tanti che sostengono la sua candidatura, a cominciare da D’Alema che ritiene “tutt’altro che stupido” eleggere Pecorella giudice costituzionale, e da Antonello Soro che parla di “univoco e generale apprezzamento” per lui?

Siamo in tempi di crisi finanziaria, tutto il mondo s’interroga su come tenere lontani gli speculatori dai risparmi dei cittadini. In Italia Geronzi, condannato in tribunale per il crac Italcase e imputato per i crac Cirio e Parmalat (non s’è fatto mancare niente), entra ed esce da Palazzo Chigi come il salvatore della Patria: nessuno ha niente da ridire? Ora si assiste addirittura alla riabilitazione di Antonio Fazio, l’ex governatore di Bankitalia che avrebbe dovuto arbitrare le partite bancarie, e in realtà le giocava occultamente, sponsorizzando Fiorani, Ricucci, Gnutti, Coppola, Consorte e furbetti vari nelle scalate bancarie ed editoriali dell’estate 2005, quando anticipava furtivamente, nottetempo, notizie riservate a Fiorani (che ricambiava con “baci in fronte”) e lo invitava a “venirmi a trovare passando dal retro”. Ora scopriamo, grazie ai ministri ombra del Pd Matteo Colaninno e Pierluigi Bersani, che “il sistema bancario italiano è più solido di quello di altri paesi grazie soprattutto al forte ruolo di vigilanza della Banca d’Italia, merito di Draghi e di Fazio”. Il ruolo di vigilanza di Fazio? Ma stanno scherzando?

Si comprende l’affetto che il sistema dei partiti, a destra come a sinistra, nutre ancora per lo sgovernatore dimessosi nel 2005. Un affetto che è almeno pari alla riconoscenza: fu proprio Fazio nel ’99, insieme al governo D’Alema, a far saltare l’assemblea Telecom che doveva resistere alla sciagurata scalata dei Colaninno (padre), Gnutti e Consorte, quella che riempì di debiti la prima compagnia italiana acquistandola coi soldi delle banche; e fu ancora Fazio, nel 2005, a sponsorizzare l’operazione Unipol-Bnl, che stava tanto a cuore ai Ds. Ma lo sanno, queste due ombre di ministri, che Fazio esautorò gli ispettori di Bankitalia, Castaldi e Clemente, che volevano bloccare la scalata di Fiorani all’Antonveneta? Lo sanno che, se oggi Fiorani non può più mettere le mani nei conti dei suoi clienti, lo dobbiamo alla Procura di Milano e al gip Clementina Forleo che bloccarono la scalata? Ci spiegano, gentilmente, come potrebbe essere solido il sistema bancario se Fiorani si fosse pappato l’Antonveneta e Consorte la Bnl? E, visto che governo e opposizione si accingono a votare il decreto salva-banche con soldi dei contribuenti, ci spiegano gentilmente come pensano di fare in modo che certi scandali non si ripetano più? Fazio alla guida della Consob potrebbe essere un’idea.