27 novembre 2008

La sindrome del nano


Zorro
l'Unità, 27 novembre 2008

A Stoccolma Roberto Saviano parla al mondo intero con Salman Rushdie, pochi giorni dopo che il governo svedese ha onorato il Nobel Dario Fo con uno speciale annullo postale. In Italia, per le cosiddette autorità, Fo è un mezzo terrorista. E il comune di Milano nega l’Ambrogino a Saviano e Biagi. Inutile riportare le ragioni addotte dai carneadi che occupano i banchi del Pdl. Ragioni inesistenti, come i loro sostenitori. All’origine di quel vergognoso No c’è sicuramente l’allergia dei berluscones agli uomini liberi, che continuano a dar fastidio anche da morti. Ma c’è anche il sacro terrore dei mediocri per il talento, la sindrome di Salieri dei nani della politica per i giganti che han saputo conquistarsi l’amore del pubblico. Ieri il solito poveraccio, già noto per aver insultato Biagi da vivo e da morto, è riuscito a sputare pure sulla tomba di Montanelli. L’ha fatto sul Giornale da lui fondato nel 1974, nel tentativo disperato di assolvere il padrone per la sua iscrizione alla P2, sostenendo che Montanelli “scrisse con il piduista Roberto Gervaso una Storia d’Italia in 6 volumi”. Non è vero niente: Montanelli scrisse i libri con Gervaso dal 1965 al ‘70, mentre Gervaso si iscrisse alla P2 nella seconda metà degli anni 70. E quando saltò fuori il suo nome nelle liste di Gelli, si ruppero i rapporti fra i due. Poi, quando Gelli insinuò cose false sui loro rapporti, Montanelli lo querelò e lo fece condannare per diffamazione. Lo sputo sulla tomba di Montanelli merita solo disprezzo. Ma, come diceva il vecchio Indro citando Chateaubriand, “il disprezzo va usato con parsimonia, in un mondo così pieno di bisognosi”.

26 novembre 2008

Marco Travaglio - Ora d'aria - l'Unità 25/11/2008


Ha fatto scalpore l’appello dell’Associazione magistrati al relatore speciale per i Diritti umani dell’Onu, Leandro Despouy, perché prenda posizione sui continui attacchi del governo italiano (ma non solo) alle toghe inquirenti e giudicanti. Le meglio firme del bigoncio, da Mattia Feltri sulla Stampa a Pigi Battista sul Corriere, hanno ironizzato sull’iniziativa. Per Feltri jr. la storia della “Toga Rossa” che invoca “i Caschi Blu” sarebbe “umoristica” e inedita, “gente come la Paciotti e Bruti Liberati mai si sarebbe sognata l’appello all’Onu”. Per Cerchiobattista, l’Anm soffrirebbe addirittura di “smania contagiosa del gesto eclatante”, “zelo allarmistico”, “lancinante nostalgia per un’epoca che si è chiusa”. E l’“appello sconclusionato” sarebbe una “sfida al buon senso” col “singolare coinvolgimento dell’Onu nelle vicende politiche italiane”, “ultimo residuo di una guerra tra politica e magistratura”, “rituale stanco della retorica reducistica” di una magistratura che pretende di “recitare la parte del contropotere militante nei confronti della politica”, “riluttante a rientrare nei ranghi” dopo aver “posto la pietra tombale sulla Prima Repubblica condizionando pesantemente la Seconda”.
Evidentemente questo Battista è appena atterrato da Marte, dunque non può sapere che le indagini sulla Prima Repubblica e su molti esponenti della Seconda dipendono dal fatto che molti politici italiani rubano e in Italia, come nel resto del mondo, la magistratura ha il compito di acchiappare i ladri. Solo che, nel resto del mondo, i governi si guardano bene dal prendersela con i magistrati: di solito se la prendono con i ladri. Ma sono tutti paesi che non hanno la fortuna di vantare giornalisti come Feltri e Battista, specializzati nel commentare cose che non conoscono.
Nella fattispecie, Battista e Feltri jr. non sanno che il relatore speciale Despouy ha l’incarico di vigilare per conto dell’Onu sull’“indipendenza di magistratura e avvocatura” nei paesi membri. E’ il referente istituzionale dei rappresentanti di magistrati e avvocati. Nel 2002 il suo predecessore malese Dato Param Cumanaraswamy fu inviato per ben due volte in Italia dall’Onu senza che nessuno lo chiamasse, per verificare de visu i continui attacchi del governo Berlusconi II alla magistratura. Parlò con tutti i soggetti interessati, compresa l’Anm (al cui vertice sedeva Bruti Liberati…). Poi, il 3 aprile 2002, stilò la sua relazione finale in cui censurava l’assedio di governo e maggioranza del centrodestra alle toghe, ma anche “il conflitto d’interessi” degli avvocati parlamentari che possono “avvantaggiare i loro clienti”. Soprattutto uno, il solito. E concludeva: “Vi sono motivi ragionevoli perché giudici e pm sentano minacciata la loro indipendenza” anche a causa degli “attacchi del governo… Gli importanti politici sotto processo a Milano dovrebbero rispettare il principio dell’obbligatorietà dell’azione penale e non dovrebbero ritardare i processi. Le decisioni dei Tribunali devono essere rispettate da tutti”.
Al giurista malese bastarono pochi giorni in Italia per inquadrare la drammatica lesione della divisione dei poteri, principio cardine dello Stato liberale di diritto. Feltri e Battista, rispettivamente ex redattore del Foglio di Berlusconi ed ex vicedirettore di Panorama di Berlusconi, in Italia vivono e scrivono da sempre. Eppure (o forse proprio per questo) non han mai notato nulla di strano negli attacchi politici al potere giudiziario. Ciò che si vede a occhio nudo dalla Malesia, da casa Berlusconi si nota un po’ meno.

24 novembre 2008

Come la mafia ha beneficiato della crisi finanziaria

La Mafia corrompe, investe e si espande. Con un fatturato complessivo di 130 miliardi di euro, è una delle principali aziende in Italia. Anche la crisi finanziaria non tocca i padrini. Al contrario, sulla crisi ci guadagnano addirittura.

Amburgo - Il bilancio della criminalità organizzata parla da solo: ogni anno, Cosa Nostra, la Camorra, la ‘Ndrangheta calabrese e la Sacra Corona Unita pugliese fanno circa 70 miliardi di euro di profitto. E il successo economico delle “holding” criminali continua.
“La crisi finanziaria rende la mafia ancora più pericolosa”, ha avvertito oggi Marco Venturi, il presidente dell’ associazione dei commercianti Confesercenti, in occasione della pubblicazione del rapporto “SOS Impresa”. Da questo rapporto sono estratte le cifre riportate. La relazione illustra in dettaglio le attuali attività della mafia - e per questo ha causato anche notevoli agitazioni.
Perché: dove le banche falliscono a causa della crisi finanziaria, si inseriscono ora i membri delle “famiglie” e prestano facilmente denaro alle piccole imprese e ad altri cittadini colpiti dalla stretta sui crediti. Questi apparentemente accettano l’offerta e ringraziano. Il rapporto indica in circa 180.000 il numero delle persone che dovrebbero aver contratto un debito con il capo clan locale e che ogni anno pagano più di dodici miliardi di euro in interessi. Allo stesso tempo, i padrini utilizzano proprio ora le loro sostanziali riserve di contanti per acquistare a prezzi bassi immobili e aziende in difficoltà.
Sono finiti i tempi in cui i vari raggruppamenti agivano esclusivamente nell’ ombra dell’ illegalità. La droga, le armi, la tratta di esseri umani e le estorsioni rimangono tuttavia ancora le attività principali. Come ha recentemente dichiarato il ministro degli Interni Roberto Maroni, la sola ‘Ndrangheta calabrese, che domina il traffico di droga, ha un giro di affari annuo stimato in 45 miliardi di euro - equivalenti a quasi il tre per cento del prodotto interno lordo italiano.
La “Mafia SpA” si concentra sulla diversificazione delle sue aree di business. A seconda di come tira il vento, investe, incassa sovvenzioni o riclicla denaro nel campo del commercio, turismo, edilizia, sport e nella sanita’. La scandalo dei rifiuti a Napoli ha dimostrato al mondo intero ciò che un coinvolgimento della criminalità organizzata nell’ economia di mercato può generare.
Secondo Confesercenti, le organizzazioni mafiose del mezzogiorno si sono ora interessate vigorosamente anche al mercato alimentare. Le date di scadenza vengono falsificate, carne avariata viene messa in vendita, e panetterie illegale vengono aperte con conseguenze disastrose per la salute pubblica. Anche e soprattutto al mercato dei prodotti contraffatti: l’autore Roberto Saviano ha mostrato come si possono fare soldi con il commercio di copie illegali per esempio di capi firmati nel campo della moda. L’associazione dei commercianti parla di almeno 6,3 miliardi di euro l’anno.
Gli autori della relazione rimarcano come l’influenza dei padrini sui mercati sia stata “un vero e proprio investimento per il futuro”. La cosiddetta agro-mafia si e’ già garantita l’accesso in molti settori della filiera nel ramo alimentare: dalla produzione agricola fino all’arrivo dei prodotti alimentari nei porto, dalla vendita all’ingrosso a quella al dettaglio, dal confezionamento alla commercializzazione. “Influisce sulla concorrenza, sulla determinazione dei prezzi, sulla qualità degli alimenti e sul mercato del lavoro”, e’ stata l’allarmante conclusione.

Quanto guandagna un mafioso al mese

Manager, esperti finanziari, avvocati affermati ed esperti aiutano i clan in tutti gli aspetti legati alle attivita’ criminali. Anche se i riti arcaici rimangono - la società degli uomini d’onore e’ arrivata da molto nel 21simo secolo. Oggi i “familiari” sono in parte affiliati in una sorta di franchising e altri sono dipendenti con uno stipendio mensile stabile, che a volte lievita grazie a pagamenti extra.
La Confesercenti menziona nella sua relazione la cifra approssimativa dei pagamenti: un capo clan nel suo ruolo di amministratore delegato guadagna da 10.000 a 40.000 euro al mese, i suoi diretti sottoposti responsabili di zona fino a dieci mila euro. Uno spacciatore minorenne (Pusher) arriva a circa un migliaio di euro, un riscossore di denaro può portare a casa 2000 euro. Si può guadagnare di più nel campo degli “attentati e omicidi”. Qui si guadagnano cifre fino a 25.000 euro al mese.

Estorsione 24 ore su 24

Anche sul pizzo, la relazione non lascia domande senza risposta. Il “pizzo” è parte integrante della vita quotidiana italiana. Circa 160.000 proprietari di negozi in Italia pagano il pizzo, stando ai dati presentati nella relazione. Il tutto ammonta a circa nove miliardi di euro l’anno.
“Estorsione e usura sono attualmente molto diffusi nelle regioni di origine della mafia. Essi sono utilizzati per ottenere denaro sul proprio territorio e allo stesso tempo come mezzo di dominio e controllo di un settore”, ha affermato il Prefetto Giosuè Marino che coordina le misure di lotta contro il racket presso il Ministero degli Interni italiano.
Non solo ristoranti, negozi e imprese sono costrette a pagare - anche banche, società di gestione, scuole, e addiritture chiese non sono immuni dai lunghi tentacoli della “piovra”. Ad esempio, a Gela in Sicilia e’ stato recentemente arrestato un ricattatore che voleva imporre la protezione in cambio di denaro ad un sacerdote.
L’importo del pizzo varia in base alla localizzazione geografica e del clan. In tal modo, un supermercato a Palermo in Sicilia paga circa 5000 euro al mese, un negozio equivalente a Napoli circa 3000 euro. Un operatore del mercato se la cava con 1-10 euro mentre il proprietario di un elegante negozio nel centro della città deve sborsare tra i 750 e i mille euro qui.

Più arresti, meno denunce

Secondo la Confesercenti “le richieste dei mafiosi vengono reiterate con più forza quando le forze di polizia colpiscono i gruppi criminali. Il motivo è ovvio: anche i detenuti mafiosi devono essere sostenuti finanziariamente durante il loro soggiorno in prigione - per la loro fedeltà, per la segretezza, per la perdita del reddito e per le famiglie rimaste a casa senza mezzi.
Ma nonostante le numerose incursioni e arresti di boss mafiosi di spicco negli ultimi anni la fiducia nella legge sembra poca. In tal modo diminuisce continuamente la volontà di denunciare il pizzo, e non solo nelle regioni a forte presenza mafiosa quali Calabria, Sicilia, Campania e Puglia, ma in tutto il paese.
Il commissario “Anti-Racket” Giosuè Marino non vede in questo la totale perdita di fiducia degli italiani nel loro sistema giuridico. “Dopo tutto, rispetto al passato almeno adesso si denuncia”, ha detto il prefetto. “Lo Stato è presente e aiuta le vittime di tali crimini”.
Effettivamente, il “Fondo di solidarietà” gestito dal Ministero dell’Interno ha assegnato, secondo stime interne, solo nell’anno in corso 23 milioni di euro di compensazione ad imprenditori che hanno presentato denuncia nei confronti dei loro estorsori. “Questa forma di sostegno finanziario non solo ha un significato pratico, ma anche simbolico. Le vittime non sono lasciate sole. Questo è un segnale importante”, ha detto Marino.
Molti soggetti colpiti si sono già organizzati in associazioni, le forze di polizia proteggono coloro i quali presentano denuncia. Abbiamo creato un sistema “denso e complesso che ha dato risultati eccellenti”, dice Marino. Grazie a tale sistema, molti imprenditori hanno potuto operare ancora all’interno di un’economia legale. A metà ottobre, il Consiglio dei ministri ha inoltre adottato un pacchetto che consentirà allo stato di controllare in misura maggiore l’operato delle banche e di metterele persino in uno stato di amministrazione speciale nei casi di emergenza.

La incresciosa doppia morale degli imprenditori

L’ Associazione dei commercianti ha allo stesso tempo criticato la mentalita’ dei “due pesi e due misure” che hanno alcuni imprenditori. Fintanto che sono in centro o nel nord Italia questi osservano solo le regole del mercato e le norme dello Stato. “Tuttavia, non appena questi hanno interessi nel sud Italia, si attengono alle regole dettate dalla mafia”. In tal modo, questi imprenditori riconoscono un diritto di sovranità della Mafia ad operare su quei territori.
Gli autori della relazione chiedono “una grande offensiva per la legalità”, vale a dire un’azione concertata da parte dello Stato e della società, un’ azione comune ai partiti nella lotta contro la criminalità organizzata. Le banche dovrebbero facilitare il credito alle piccole e medie imprese, e segnalare alle autorità prestiti e operazioni sospette.
Gli incentivi fiscali dovrebbero premiare quelli imprenditori che si rifiutano di pagare il pizzo. Come ha riferito il commissario Marino, In realtà il governo sta valutando la possibilità di sanzionare i commercianti che non denunciano i tentativi di estorsione.
I boss della mafia gradiranno tali misure in modo da riscuotere ancora più contanti dai commercianti: stimati in 250 milioni di euro al giorno, dieci milioni di euro all’ora, 160.000 euro al minuto.

Pino Corrias - Vanity Fair, 20 novembre 2008


Una della meravigliose qualità di Silvio Berlusconi è che non avendo opinioni, le ha tutte. E’ contemporaneamente filo americano e filo russo, sta con l’Europa, ma sta anche con i celti orobici della Lega che sono contro. E’ amico contemporaneamente dei cinesi e del Dalai Lama. Ai vertici internazionali difende i diritti umani. Ma se li scorda quando atterra a Tripoli per finanziare con 5 miliardi di euro la dittatura del suo amico Gheddafi. E’ per “il ritorno all’etica nella finanza”. Ma ha preteso la depenalizzazione del falso in bilancio per scampare a un po’ di processi.

Quando sta alla Casa Bianca è capace di travolgere il palchetto pur di baciare George W. Bush che resta immobile a guardarlo allarmato. Quando è nel gelido Cremlino si scalda con il colbacco e con gli abbracci a Putin e Medvedev, amici suoi, critica lo scudo spaziale americano, “una provocazione”, difende i carri russi in Georgia, sostiene che la tragedia cecena sia un’invenzione. Di fianco al leader turco Erdogan dice che l’Europa non sarà completa fino all’ingresso della Turchia, e lui si batterà per il popolo turco. Ma quando va all’Eliseo, dove abita il marito di Carla Bruni che i turchi in Europa non vuol farli neanche avvicinare, lui dice che niente lo divide dal suo amico Sarkozy.

Un volta l’ingegner Carlo De Benedetti, di ritorno da Londra dove aveva incontrato il primo ministro Tony Blair, raccontava lo stupore del leader britannico per il perenne sorriso di Silvio ai tavoli delle consultazioni: “E’ sempre d’accordo su tutto. Non chiede mai nulla”. Ma a pensarci bene: perché non dovrebbe sorridere, visto che gli stiamo dando (e si sta prendendo) tutto?

21 novembre 2008


Eluana Englaro è in stato vegetativo dal gennaio del 1992 a causa di un incidente stradale.
Il 13 novembre è stata pubblicata la sentenza della Corte di cassazione, pronunciata a Sezioni Unite, che ha dichiarato inammissibile l'impugnazione della Procura contro il decreto della Corte d'appello di Milano emesso il 9 luglio 2008 nel processo Englaro.
Il decreto impugnato autorizza "l'interruzione del trattamento di sostegno vitale artificiale realizzato tramite sondino nasogastrico" ed è stato pronunciato nel giudizio di rinvio dopo una precedente sentenza della Corte di cassazione (la sentenza n. 21748 del 16 ottobre 2007).
La massima che riassume l'ultima sentenza della Corte di cassazione si trova sul sito della Corte ed è la seguente:

"E’ inammissibile, per difetto di legittimazione, l’impugnazione presentata dal P.M. presso la Corte d'Appello avverso il decreto con il quale la stessa Corte d'Appello – applicando il principio di diritto enunciato dalla Corte di cassazione (sentenza n. 21748 del 2007) – accoglieva l’istanza congiunta del tutore (padre) e del curatore speciale di persona in stato vegetativo permanente dal 1992 e autorizzava l'interruzione del trattamento di sostegno vitale artificiale realizzato mediante alimentazione di sondino nasogastrico. All’esito di una compiuta ricostruzione della vicenda giudiziaria, le S.U., - facendo applicazione di principi consolidati nella giurisprudenza e ripercorrendo le funzioni attribuite al P.M. nel processo civile – hanno, in particolare, chiarito che:
a) al fine di estendere il limitato potere di impugnazione del P.M. non varrebbe l’interpretazione estensiva della nozione di questioni attinenti allo "stato e capacità delle persone", atteso che anche in queste ipotesi alla previsione dell’intervento necessario del P.M. non si accompagna il potere di impugnazione, identificandosi le relative funzioni in quelle che svolge il Procuratore generale presso la Cassazione; b) non è utile il richiamo alla impugnazione nell’"interesse della legge" di cui al novellato art. 363 c.p.c.; c) la limitazione del potere di impugnazione del P.M. presso il giudice del merito si sottrae a dubbi di legittimità costituzionale, stante l’evidente ragionevolezza del non identico trattamento di fattispecie in cui viene in rilievo un diritto personalissimo di spessore costituzionale (autodeterminazione terapeutica), rispetto al quale è coerente che il P.M. non possa contrapporsi fino al punto della impugnazione di decisione di accoglimento della domanda di tutela del titolare, e fattispecie connotate da prevalente interesse pubblico, come quelle cui fa rinvio l’art. 69 c.p.c."

19 novembre 2008

14 novembre 2008

Marco Travaglio scrive:

Siccome, all'insaputa del Parlamento, ci ritroviamo alleati del regime russo del fasciocomunista Putin ("l'amico Vladimir"), anche a costo di attaccare l'ex "amico George" per una delle poche cose buone da lui fatte, cioè lo scudo spaziale in Europa dell'Est. Siccome, all'insaputa del Parlamento, siamo diventati addirittura alleati militari del regime bananoterrorista del Col. Gheddafi ("leader di libertà"), al quale verseremo in vent'anni 5 miliardi di dollari per "risarcirlo" di nonsisache. Siccome, all'insaputa del Parlamento, il portatore nano di democrazia ha appena promesso di dimezzare i tempi per l'ingresso in Europa del regime Turco di Erdogan, repressore di curdi e violatore di diritti umani. Siccome, mentre tutti si fissavano su Obama abbronzato, il Cainano si faceva paladino dell'invasione russa della Georgia arrivando a sostenere - per l'imbarazzo dello stesso Medvedev - che è stata la Georgia a invadere la Russia. Siccome Al Tappone ha ribadito anche ultimamente, sulla libertà di stampa e di satira, il medesimo concetto che ne hanno gli amici Putin, Erdogan e Gheddafi. Siccome l'ometto di Stato ha portato i brasiliani del suo Milan al vertice col presidente Lula, come già fece col presidente venezuelano Chavez passandogli al telefono Aida Yespica. Ecco, siccome abbiamo deciso di farci governare dalla destra, non è che gli amici americani ci prestano John Mc Cain anche solo per quattro anni? Volendo, secondo il "prendi uno paghi due", si trova un posto pure per Sarah Palin, purchè disarmata. Alle Pari Opportunità sarebbe proprio un bijou.

La Camera manda avanti il DDL anti-blog

Roma - Era ottobre 2007. Il consiglio dei ministri approvava il cosiddetto "DdL Levi-Prodi", disegno di legge che prevedeva per tutti i blog l'obbligo di registrarsi al Registro degli Operatori di Comunicazione e la conseguente estensione sulle loro teste dei reati a mezzo stampa.

La notizia, scoperta del giurista Valentino Spataro e rilanciata da Punto Informatico, fece scoppiare un pandemonio. Si scusarono e dissociarono i ministri Di Pietro e Gentiloni, ne rise il Times, Beppe Grillo pubblicò un commento di fuoco sul suo blog. Il progetto subì una brusca frenata e dopo un po' le acque si calmarono. Cadde il governo Prodi.

Un anno dopo: novembre 2008. Un altro giurista, Daniele Minotti, si accorge che il progetto di legge gira di nuovo nelle aule del nostro Parlamento, affidato in sede referente alla commissione Cultura della Camera (DdL C. 1269).
Minotti ne fa una breve analisi sul proprio blog, marcando le diversità fra il nuovo testo e quello precedente. Abbiamo tuttavia alcune differenze di interpretazione. Diamo insieme un'occhiata ai punti salienti del progetto di Legge per capire cosa possono aspettarsi i navigatori e i blogger italiani:

Art. 2.
(Definizione di prodotto editoriale).

1. Ai fini della presente legge, per prodotto editoriale si intende qualsiasi prodotto contraddistinto da finalità di informazione, di formazione, di divulgazione o di intrattenimento e destinato alla pubblicazione, quali che siano la forma nella quale esso è realizzato e il mezzo con il quale esso viene diffuso.

Qualsiasi blog rientra in questa definizione.

Art. 8.
(Attività editoriale sulla rete internet).

1. L'iscrizione nel Registro degli operatori di comunicazione dei soggetti che svolgono attività editoriale sulla rete internet rileva anche ai fini dell'applicazione delle norme sulla responsabilità connessa ai reati a mezzo stampa.

3. Sono esclusi dall'obbligo dell'iscrizione nel Registro degli operatori di comunicazione i soggetti che accedono alla rete internet o che operano sulla stessa in forme o con prodotti, quali i siti personali o a uso collettivo, che non costituiscono il frutto di un'organizzazione imprenditoriale del lavoro.

All'apparenza il comma 3 escluderebbe la maggioranza dei blog dall'obbligo di registrazione e dai correlati rischi legali. Ma non è così. Ecco alcuni esempi pratici.

Il blog di Beppe Grillo ha una redazione, ha banner pubblicitari, vende prodotti. In parole povere: sia secondo il Codice Civile, sia secondo la comune interpretazione dell'Agenzia delle Entrate, fa attività di impresa. Se il progetto di legge fosse approvato, perciò, Beppe Grillo avrebbe con tutta probabilità l'obbligo di iscriversi al ROC. Non solo: sarebbe in questo modo soggetto alle varie pene previste per i reati a mezzo stampa.

Affari suoi, diranno forse alcuni. Eppure non è l'unico a doversi preoccupare. Nella stessa situazione si troverebbero decine, probabilmente centinaia di altri ignari blogger. Infatti: chiunque correda le proprie pubblicazioni con banner, promozioni, o anche annunci di Google AdSense, secondo la comune interpretazione dell'Agenzia delle Entrate, fa attività di impresa.

Il ragionamento è semplice. L'apposizione di banner è un'attività pubblicitaria continuativa che genera introiti; una prestazione continuativa è un'attività di impresa; chi fa impresa grazie alle proprie pubblicazioni deve registrarsi al ROC; chi è registrato al ROC può incorrere nei reati di stampa. Chi invece è in questa situazione e non si registra al ROC, può essere denunciato per stampa clandestina (ricordiamo un caso recente).

Per quanto in nostra conoscenza, manca ancora un pronunciamento strettamente ufficiale dell'Agenzia delle Entrate (interpello) se l'uso di qualche banner rientri nelle attività dell'impresa (ma l'orientamento è piuttosto chiaro: banner = attività lucrosa continuativa; attività lucrosa continuativa = impresa).

Per questa ragione, se il progetto di Legge venisse approvato come è ora proposto, saremmo nel migliore dei casi di fronte ad una legge passibile di più interpretazioni e quindi potenzialmente molto pericolosa. Facciamo un esempio di fantasia, ambientato a Paperopoli.

Rockerduck: "Se non cancelli l'articolo sul tuo blog che parla male di me, ti trascino in tribunale per diffamazione a mezzo stampa."
Paperino: "Ma il mio blog non è una testata!"
Rockerduck: "Però hai un banner pubblicitario, quindi potresti essere un'impresa, e quindi devi iscriverti al ROC. Anzi, se non togli l'articolo ti denuncio pure per stampa clandestina."
Paperino: "Ok. Sob."

Provate a sostituire "Rockerduck" con "picciotto" e "Paperino" con "cittadino" e il gioco è fatto.

Luca Spinelli